Intervista a Elisabetta Ranghetti sul suo secondo romanzo, “Corri più che puoi”, una storia di amicizia al di là delle differenze

A due anni dal suo romanzo d’esordio, Oltre il mare di Haifa, la scrittrice cernuschese Elisabetta Ranghetti presenta la sua seconda fatica letteraria, il romanzo Corri più che puoi, uscito a fine marzo, edito sempre da EdiKiT e disponibile su IBS, Amazon, www.ektglobe.com o presso la libreria “Il Naviglio” di Cernusco e le librerie indipendenti. Laureata in Lettere Moderne con una tesi sulla “Survivors of the Shoah Visual History Foundation” di Steven Spielberg, nel 2005 Elisabetta ha fatto il suo primo viaggio in Israele e Palestina e da allora si reca a Gerusalemme ogni anno per approfondire la conoscenza di quella terra; i suoi romanzi nascono proprio dalla passione per questi luoghi. Mentre Oltre il mare di Haifa era focalizzato sulla storia d’amore nata ad Haifa (città divenuta simbolo della convivenza pacifica) tra l’ebrea Ruth e l’arabo Hassan, in questo secondo libro, ambientato a Gerusalemme, centrale è l’amicizia che si instaura tra un giovane ebreo ortodosso e un ragazzo arabo, che non è certo cosa di tutti i giorni, soprattutto se entrambi nascondono un segreto, e per questo attira l’attenzione di una giornalista americana con pochi scrupoli in cerca di uno scoop per fare carriera. Così, mentre imperversa l’ennesimo conflitto tra Israele e la Striscia di Gaza, Baruch e Ibrahim saranno costretti a correre per scappare dai riflettori, dando il via a una serie di avvenimenti che cambieranno per sempre il loro destino e quello delle persone che li circondano. Un romanzo “sull’andare incontro alla vita, sul trovare se stessi e sul dono dell’amicizia”, in cui l’autrice “ritrae un mondo affascinante, regalandoci un affresco vivace e umoristico di una terra e di una città, Gerusalemme, ricche di bellezza e voglia di vivere”.

Nell’intervista che segue l’autrice ci svela qualcosa in più sul libro.

Anche questo tuo secondo lavoro è ambientato in Medio Oriente: l’amore nei confronti di questa terra, che conosci bene e in cui ti rechi spesso, continua dunque ad essere per te fonte di ispirazione letteraria

L’amore per Israele è sicuramente una fonte di ispirazione molto grande, anche se questo non significa che continuerò a parlare di questa terra nei prossimi romanzi perché, come ogni scrittore, sento il bisogno di dare spazio a tematiche differenti. Indubbiamente Gerusalemme per me è speciale perché lì, come più volte ho dichiarato, mi sento a casa e non è casuale che questo secondo testo sia interamente ambientato nella capitale israeliana, nelle sue strade, nei suoi quartieri e sui suoi tetti, dove i protagonisti si ritrovano a chiacchierare. Chi è stato a Gerusalemme sa che i suoi tetti sono a terrazza, luoghi dove potersi fermare a mangiare un panino, dove correre, come fanno i protagonisti, o dove sostare per ammirare un tramonto.

Questa volta il tema principale non è l’amore, ma l’amicizia, anche se sempre tra persone diverse per etnia e religione; immagino che la tematica della diversità ti stia particolarmente a cuore

La diversità è una realtà che io stessa vivo nella mia quotidianità e moltissimo nei miei viaggi ma che, in primis, ho dentro me stessa, come chiunque; mi piace definire l’essere umano come un “condominio” di emozioni, di idee, di sguardi sul mondo. Dal mio condominio interiore attingo parte delle caratteristiche dei miei personaggi. Alle volte questa diversità fa a pugni dentro noi stessi o con l’altro, ma il più delle volte è arricchente. La relazione col diverso implica però che tu decida di ascoltarlo e l’ascolto è un’attività molto faticosa; far parlare l’altro per replicare alle sue frasi cercando di dimostrare che abbiamo ragione non è ascoltare. Il vero ascolto implica il silenzio interiore che dà spazio alla voce di chi abbiamo di fronte, significa mettere a tacere il nostro “condominio” per fare posto a quello dell’altro.

Entrambi i protagonisti nascondono un segreto: anche in questo libro c’è dunque un alone di mistero?

Esattamente. Il mistero si svelerà poco a poco e costringerà il lettore ad arrivare fino in fondo al libro per capire quali scelte faranno i protagonisti. Baruch ed Ibrahim sono due adolescenti di circa sedici anni e, come tutti gli adolescenti, hanno dei segreti e la loro particolare amicizia sarà la cassetta di sicurezza di questi segreti.

Descrivi anche le “colorite” famiglie dei protagonisti: dacci qualche anticipazione

Le famiglie sono vivaci, levantine, in tipico stile mediorientale e danno un assaggio del colorito mondo che si snoda per le vie di Gerusalemme. I padri sono uomini concentrati sul lavoro e sul futuro dei figli, molto umani, nel senso più simpatico del termine, spesso litigiosi, mentre le madri tentano di risolvere i problemi più intricati e sciolgono alcuni nodi. L’attenzione delle donne a salvaguardare il bene di tutti è un elemento che ho voluto inserire per aprire un discorso più ampio su quella terra, senza però voler connotare il loro modus operandi con note di femminismo. Nel romanzo ci sono diverse figure adulte femminili e non tutte hanno a cuore il bene collettivo, come per esempio la giornalista americana che dà la caccia ai ragazzi per uno scoop. L’appartenenza di genere non è quindi la conditio sine qua non per essere portavoce di un certo messaggio, perché i personaggi che si muovono in questa storia sono molto variegati e in questa varietà c’è posto anche per i fratelli e le sorelle dei due protagonisti.

Un aspetto a cui hai voluto dare spazio è la gastronomia, come mai questa scelta?

Perché il cibo unisce gli esseri umani ed è l’espediente narrativo con cui faccio incontrare i due protagonisti, un ebreo ortodosso e un arabo israeliano, entrambi figli di ristoratori. Inoltre, volevo raccontare la terra a partire dalla pancia, descrivendone le pietanze, per farla assaporare nel senso letterale del termine. I sapori del mondo aiutano a capire un luogo e proprio per questo, quando sono all’estero, non mangio quasi mai cucina italiana, perché credo che, per conoscere un posto, sia necessario partire dai prodotti che quella terra dona, dal suo ventre.

Anche lo stile cambia rispetto al primo romanzo, in che modo?

In questo secondo romanzo uso l’ironia per raccontare Israele e la sua umanità, mentre il primo romanzo aveva toni più drammatici. In Corri più che puoi i personaggi si scontrano in maniera forte, ma creano situazioni talvolta umoristiche o stravaganti. Gli stessi protagonisti finiscono in un guaio da cui fuggono a dorso d’asino, regalando al lettore un’immagine rocambolesca. Volevo raccontare quel mondo sottolineandone l’aspetto umoristico, che difficilmente viene evidenziato dai media. Il dramma esiste, non lo nego, ma è impensabile credere che sia solo così, perché ogni angolo di mondo è un impasto di humour e tragedia e Israele in questo non fa eccezione.

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