Il viaggio in Terra Santa della scrittrice cernuschese Maria Elisabetta Ranghetti, che quest’estate ha presentato il suo romanzo d’esordio, Oltre il mare di Haifa

Elisabetta Ranghetti ha solo nove anni quando le viene raccontata per la prima volta la vicenda suo nonno paterno, un militare deportato in un campo di lavoro in Germania durante la Seconda Guerra mondiale. Inizia così ad apprendere il dramma ebraico della Shoah, a cui, crescendo, rivolge sempre maggiore interesse e dedica la sua tesi di laurea in Lettere Moderne. Nel 2005, con un pellegrinaggio cristiano di tre settimane, avviene finalmente il primo incontro con la Terra Santa.«Ebbi modo, durante quel viaggio, di incontrare anche la realtà palestinese, con le sue sofferenze e gioie, e di approfondirne la conoscenza», ricorda Elisabetta.

Da questa passione, alcuni anni fa nasce l’idea di scrivere un romanzo, che prende corpo in maniera definitiva nell’estate del 2014, al rientro da un corso di archeologia biblica:«ero a Gerusalemme in piena guerra, l’ennesima tra Israele e Gaza – racconta Elisabetta – e purtroppo toccai con mano quanto l’informazione possa essere veramente pericolosa nel riportare ciò che là accade. La percezione che si ha qui di quel mondo è spesso viziata dai media, che tendono a fare sensazionalismo più che raccontare la realtà; ormai se ne parla solo quando c’è in corso una guerra o quando il terrorismo colpisce. Israele e Palestina sono però molto di più e non vivono solo di tensioni. Ho sentito così il bisogno di dire la mia, di raccontare quella terra in maniera diversa da come la vedevo spiegata dai media e ho scritto un romanzo che, con l’espediente della storia d’amore, sta diventando una finestra su quella realtà». Si tratta di Oltre il mare di Haifa, che racconta due storie, sfalsate di un trentennio: quella dell’amore tra l’ebrea Ruth e l’arabo Hassan,ad Haifa (città divenuta simbolo della convivenza pacifica) e quella di Miriam, giovane ebrea cresciuta a Londra, in viaggio tra Israele e Palestina a cercare pezzi di verità sul suo passato.

«Parlare di Israele e Medio Oriente è molto faticoso in Italia – continua Elisabetta – perché si tende a semplificare ed appiattire tutto; la situazione invece è molto complessa e dinamica perché l’umanità lì è molto variegata. Israele è una galassia di micro galassie, carica di fatiche ma anche di bellezza, di voglia di vivere. Il mio romanzo vuole solo essere un piccolo assaggio, uno spunto e un invito ad andare là». E là Elisabetta quest’estate ci è andata ancora. La novità è che questa volta ha portato con sé anche il suo libro, che il giorno 7 luglio ha presentato presso l’Istituto Italiano di Cultura di Haifa, accogliendo l’invito rivoltole mesi fa.

Ripercorriamo insieme a lei i motivi e le tappe del suo viaggio.

Innanzitutto, quante volte eri già stata in Terra Santa?

Sono circa undici anni che mi reco in Israele almeno una o duevolte all’anno per incontrare amici, per viaggiare o per motivi di studio.

Per quali motivi hai intrapreso questo ennesimo viaggio e quali luoghi hai visitato?

Quest’ultimo viaggio è stato un soggiorno-studio di due settimane nella città di Gerusalemme,intervallato da escursioni a Tel Aviv per relax, a Betlemme per incontrare persone del posto e conoscere da dentro la realtà palestinese, al Mar Morto per visitare il luogo del battesimo di Cristo ed immergersi nelle acque salate di questo singolare mare. Il viaggio è stato organizzato dall’Istituto di Scienze Religiose di Milano. È un’offerta formativa che già da diversi anni la professoressa Bartolini De Angeli, docente di Giudaismo ed Ermeneutica Ebraica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e l’Università Cattolica di Milano, propone ai suoi allievi, che hanno così la possibilità di approfondire gli studi sul mondo ebraico, facendo lezione con professori laici e con rabbini sul Talmud, la Torah Orale e l’iconografia ebraica e cristiana. Questa proposta è aperta anche a chi, come me, non è allievo della Facoltà di Scienze Religiose, ma studia da tempo, o vuole cominciare a farlo, la modalità con cui i rabbini interpretano la Bibbia ebraica.

Raccontaci l’esperienza della presentazione del tuo romanzo presso l’Istituto Italiano di Cultura di Haifa.

Questa volta il soggiorno è stato per me ancora più significativo, perché ho avuto la possibilità di andare ad Haifa -che dista circa due ore e mezzo da Gerusalemme- per presentare, il giorno 7 luglio, il mio romanzo, Oltre il mare di Haifa, presso l’Istituto Italiano di Cultura, che mesi fa mi ha invitata. È stata un’esperienza meravigliosa ed emozionante. Scrivere è la mia passione e pubblicare il mio primo romanzo è stato molto importante, ma poterlo presentare nella terra dove è ambientato è stato qualcosa di unico, di magico oserei dire, un privilegio che non a tutti è concesso. Avere davanti un pubblico di israeliani italofoni con cui potermi confrontare, con cui discutere delle dinamiche che qui in Italia sono impiegate per capire quel mondo, mi ha permesso di aggiungere un tassello in più al puzzle di quella terra. Come sempre in molti mi hanno chiesto perché abbia voluto dedicare il mio primo romanzo ad un tema così impegnativo come il conflitto israelo-palestinese; la scelta incuriosisce anche perché credo di essere una delle poche goya (non ebrea) che in Italia racconta Israele e il Medio Oriente tramite la narrativa e non la saggistica. Il motivo, come più volte ho avuto occasione di dire, è molto semplice: amo quella terra come se fosse casa mia, mi sento parte di quel mondo,dove mi muovo con naturalezza.  Amare non significa idealizzare o mitizzare, ma vuol dire scontrarsi spesso anche coi difetti e le diversità dell’altro; solo quando questo incontro viene riportato su un piano reale, nella relazione con la gente del posto, senti veramente la terra e capisci quanto sia bella. La presentazione ad Haifa è stato questo, un incontro con la gente di quel mondo per parlare di bellezza.

Com’è la situazione che hai avuto modo di osservare là, qual è l’atmosfera che si respira?

Il clima che ho respirato in queste due settimane è stato molto rilassante e tranquillo; mi sono mossa da sola sui mezzi pubblici di giorno e di notte, senza il timore che mi accadesse qualcosa di spiacevole. Non nego le tensioni che si respirano, ma tengo a sottolineare che non sono perenni, come vorrebbero farci credere. Soprattutto, invito le persone a farsi domande più che a darsi risposte. A tal proposito, come nella migliore tradizione rabbinica, voglio concludere ponendo proprio alcuni interrogativi: l’Europa, l’Italia in particolare, crede veramente di riuscire a capire e conoscere quel mondo senza andare là, solo sulla base di ciò che legge sui quotidiani? Pensa seriamente di poter applicare categorie mentali occidentali per comprendere una storia che è frutto dell’incontro di popoli così distanti da quelli europei? Non sarebbe invece il caso di provare ad ascoltare quel mondo prima di emettere sentenze apodittiche che nulla hanno di risolutorio? Ai lettori l’ardua sentenza.

a cura di Serena Perego

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